Spettacolo veronese (leggibile a puntate!)

a cura del Prof. Carlo Mari

il giorno dell’ouverture

Ottobre 2025… Tempo di Eventi.  Piove… è giovedì, siamo a Verona, ospiti di una città che conosciamo appena. Ma amiamo da sempre.

Batte la pioggia il borgo grigio, scurito dagli ombrelli, ma vivo dei mille colori della sua storia: dalla fondazione romana al dominio signorile scaligero, col “grande Cangrande”, dalla coabitazione politica con l’amata/odiata Venezia, alla dominazione francese, austriaca, alla dimensione italiana postrisorgimentale: ma comunque, sempre Verona, sempre se stessa, con il proprio profilo, la propria autonomia creativa ed anche le proprie contaminazioni culturali con l’altrove.

E poi Verona con le sue pulsioni musicali, che l’Arena suggerisce alle nostre menti e ai nostri cuori. Anche se la vediamo così, di sfuggita, dall’esterno, fra i goccioloni di una pioggia dispettosa e gli ombrelloni di una trattoria che gentilmente ci ospita per evitare che in pochi minuti la comitiva possa esser ridotta allo stato liquido. Ma tant’è, l’emozione di esser davanti ad un tempio della musica si avverte.                E poi, poche centinaia di metri, e più in là, ci attende lui… il balcone di Giulietta: poesia allo stato puro! Ed infatti eccolo davanti a noi, e non importa che sia assediato da centinaia di persone, in maggioranza giovani: il che in verità lo rende ancora più bello. Lui è lui, il balcone del sogno, il balcone del “ma poi, che cos’è un nome?”, della rosa il cui profumo non sarebbe men divino se si chiamasse con altro nome. Ed eccola, lei: appare, la vedo, Giulietta sublime coi suoi lunghi capelli, la sua treccia fascinosa lanciata giù dal balcone qual scala per l’Eden. Mi sta salutando con la morbida mano, anche se non sono il suo Romeo, ma pur sempre e da sempre perdutamente innamorato di lei. Che faccio? Mi arrampico? …. Ma cosa succede?.… Giulietta si sta ritraendo improvvisamente, e così pure il mio sogno, nel mentre la voce stentorea e malvagia della nostra guida Stefano, microfonato potentemente, ci sta dicendo: il balcone è una “sòla”, un falso storico, costruito nel 1935 su ordine della Proloco ( o chissà di un sindaco sovranista) per attirare turisti ingenui e sognatori ma ben dotati di soldi! Non è casa di Giulietta, non è balcone shakespeariano, ma una strutturina edilizia costruita utilizzando il superbonus! Non c’è nessuna Giulietta e nessun Romeo; e Shakespeare ha pure scopiazzato dalle novelle di Matteo Maria Bandello. E così tra una goccia e l’altra di pioggia…. Giulietta sul balcone non la vedo più; al suo posto, le braccia villose di un muratore nerboruto che un pezzetto alla volta sta montando il balconcino come fosse un Lego.  Dalla più pura emozionalità poetica sto passando a coltivare un istinto omicida nei confronti di Stefano. Ma altri tidieini mi bloccano in extremis; magari mi danno pure ragione, ma – dicono – Stefano è una guida preparata, doveva dirci quello che ci ha detto. Ma come non lo sapessimo!! Mica davvero pensavamo ad un balcone secentesco autentico e ad una fanciulla sublime, magari col volto armonioso della zeffirelliana Olivia Hussey… Stefano il malvagio ci ricorda subito che è morta pure lei. Infatti. Niente.                                Piove… è giovedi, sono a Verona… la guida parla, ancora parla, noi guardiamo le cose intorno. Piove. S’avvicina l’ombra grigiastra. Suona l’ora. E’ tardi. Andiamo a Piazza delle Erbe.

Addio Giulietta… e due minuti fa eri così vera!!

Per fortuna Piazza delle Erbe e Piazza dei Signori sono bellissime, e così le strade e stradine che visitiamo, nelle quali ci immergiamo senza neanche più bisogno dell’ombrello. E vediamo chiese ed edifici bellissimi, e incontriamo pure Dante Alighieri che a Verona ha soggiornato, ospite del suo grande amico Cangrande della Scala. Per fortuna non ha incontrato Stefano, se no come niente gli smantellava pure Paolo e Francesca, e Dante restava solo con Caronte e col Conte Ugolino!! Insomma Verona è bellissima, pur sotto la pioggia.

Che ci risparmia nel secondo pomeriggio; ma tanto siamo dentro la Basilica di Sant’Anastasia, col suo gotico italiano, meno tenebroso di quello europeo, più mixato con armonie classiche e con un certo colorismo veneto, che la rende forse più accogliente; o comunque la rende più nostra, italiani inguaribilmente attratti da almeno un po’ di solarità.

E il San Giorgio è splendido.

                       la soirée alberghiera

Per la serata raggiungiamo il nostro albergo: Hotel Leopardi. Che meraviglia. Albergo intestato al cantore recanatese dell’infinito e della luna. Lui sì che ha visto queste meraviglie e ce le ha cliccate nella mente e nel cuore.. ma a Stefano non glielo diciamo, se no il maligno ci distrugge pure Leopardi!!   Bella cenetta alberghiera, gradevolissimi piatti, compagnia ovviamente sublime (mica siamo Tempo di Eventi a caso!!!).  E poi, ma sì: approfittando del fatto che Stefano non è a cena con noi, compare anche una sorta di Giulietta 2.0. Una camerierina eterea, dai capelli biondi raccolti, una via di mezzo fra la Beatrice dantesca e la Laura petrarchesca. Ci porta il menu, poi prende le ordinazioni, quindi porta i piatti da degustare con una delicatezza che non riusciamo a capire se sia raffinatezza scaligera, fragilità cristallina o proprio terrore per un lavoro che forse sta facendo per la prima volta nella sua giovane vita. Però almeno ci porta il conto finale accompagnandolo con dolci parole shakespeariane “Oh qual clienti siete voi che protetti dal buio della notte, venite ad inciampar così sui miei pensieri?”….. ma… cos’è questo suono? ah, la sveglia del cellulare, è mattino, è ora di prepararsi, dobbiamo partire per il Vittoriale. Addio Giulietta, esco dal sogno shakespeariano ed entro nel pullman per raggiungere Gardone.

                          un venerdì sensuale… al Vittoriale

E’ venerdì. Udite, udite. Non piove, il cielo è azzurro come la maglia della nazionale italiana. Il clima è mite, il sole splende leggiadro. La giornata si preannuncia meravigliosa. E così sarà. Peraltro non c’è nemmeno Stefano, ma troviamo al Vittoriale una soave giovane professoressa di lettere, nelle vesti di guida. E non ha nemmeno Gabriele D’Annunzio in antipatia, ma lo ama (quindi, se non sbaglio il conto, è la 77esima donna innamorata del sommo vate). Il nostro andirivieni per il parco enorme e fascinoso è accompagnato da informazioni, suggestioni e sollecitazioni – degne di Poliziano – a goderci la vita insieme a D’Annunzio; e a cogliere la bella rosa del giardino.  E qui il giardino è splendido; e variegato. Alberi, fiori, fra cui la rosa antica dannunziana dal profumo indimenticabile che ti entra dentro … e resta lì; e poi statue, edifici piccoli e grandi, archi, vialetti,         “le discese ardite e le risalite”. E la nave Puglia miracolosamente trasportata dal mare in collina, a simbolo di una vita avventurosa come poche. E l’anfiteatro, in cui ti immagini, senza difficoltà alcuna, pubblico e musicisti, cantanti e attori che innalzano la loro arte nell’aria tersa di questa fantasmagorica villa lacustre. E la vista sul blu del Lago di Garda incorniciato dal verde degli alberi, dai mille colori dei fiori e dall’azzurro del cielo, è di dimensione petrarchesca: chiare, fresche e dolci acque!          Sono lì, di fronte a noi, per noi. E non è un sogno, ma solida realtà.                            E poi c’è lui, D’Annunzio, che può piacere o no, ma certo non era uno qualunque. Un personaggio con la poesia nel sangue, la creatività immaginifica nella penna, genio e voluptas. Ne ha combinate anche di tutti i tipi, e non sempre cose commendevoli, ma certo la fascinazione c’era e c’è. Ed anche la varietà di un registro espressivo che lo portava dalla Figlia di Jorio, arcaico mondo ancestralmente rude, alla classica e sensuale raffinatezza di Ermione nel pineto, all’ardito svolazzare su Vienna per lanciar volantini: tanto militarmente inutile quanto psicologicamente irritante per l’avversario austrogermanico. E non solo varietà del registro espressivo, ma anche di quello umano/esistenziale: dalla delicatezza raffinata di Maria Houdini duchessa di Gallese, unica e sola moglie, al carisma aggressivo e poetico di Eleonora Duse, dalla classe di Sarah Bernardh alla atletica figura di Francesca Di Rudinì, dalla bellezza della sinuosa, ma indifferente al suo fascino, Ida Rubinstein, alla dolce Maria Gravina, madre della sua unica amatissima figlia femmina Renata “Cicciuzza”, la tenera filiale compagna del suo Notturno.                              E poi, protagoniste tanto opposte quanto decisive del D’Annunzio disinnescato dal fascismo/potere, celebrato ma rinchiuso nella dimora dorata, e obbligata, del Vittoriale: Luisa Baccara, pianista talentuosa e malinconica, che sacrifica carriera, ma non arte, sull’altare di questa tempestosa relazione; padrona di casa degli ultimi anni, ma non padrona di se stessa. E la governante francese, l’arcigna autoritaria Amelie, che letteralmente lo governa negli ultimi anni mixando sensualità da attrice e rigidità caratteriali da sergente dell’esercito. Luisa e Amelie, ambedue liquidate dal Vittoriale il giorno dopo la scomparsa improvvisa del loro compagno di vita per anni, del grande poeta, dell’immaginifico vate. Ma troppo lontano da loro, troppo diverso, per poter esse restare nella casa dannunziana dopo il suo volo definitivo verso l’infinito. Due padrone di casa, di fatto due estranee. Che escono dalla Prioria, la dimora dannunziana, che più dannunziana non si può. Un ensemble compulsivo di oggetti, di quadri, di mobili, di tappeti, di foto, che visitiamo con voglia e attenzione sincere. Una vita da immaginifico raccolta in piccole oscure camere, che stentano a tenere dentro insieme una vita vissuta come opera d’arte: un libro aperto e ad un tempo un libro misterioso. La casa è come il suo padrone e signore: superuomo… fragile.

E’ quasi sera, l’azzurro e il sole nel cielo ancora hanno forza di brillare;   la nostra guida Chiara, la bionda bella dannunziana, ci saluta; ma la ritroveremo, forse, a Brescia, in un prossimo viaggio. Chissà. Magari dopo D’Annunzio porterà con sè pure Giulietta e Romeo in gita di piacere in Lombardia. Se no, ce ne faremo una ragione, va bene anche la bravissima Chiara da sola: incorniciata nella luce del lago di Garda e del  Vittoriale.

                        un sabato veronese

Il nostro sabato scaligero si apre con San Fermo e la sua chiesa inferiore e superiore; con un gotico più verticale ed austero rispetto a quello di Sant’Anastasia; e soprattutto col suo soffitto ligneo a carena di nave rovesciata, assolutamente splendido. Forse la basilica più bella di quelle che Verona ci riserva. La guida è un’altra Chiara, meno dannunziana ed immaginifica di quella del venerdì al Vittoriale, ma altrettanto brava ed empatica; dallo stile asciutto, possiamo dire “gotico”, ma di un gotico italiano, cioè sobrio e caldo ad un tempo. E San Fermo se ne giova, la chiesa ce la fa gustare bene.

Nel mentre proseguiamo il nostro tour di chiese e basiliche, non manchiamo di osservare e ammirare strade e stradine che contribuiscono a fare di Verona città non solo deliziosa ma degna delle città d’arte che in Italia abbondano. Il che induce alcuni di noi alla considerazione più ovvia e più ripetitiva di tutti i nostri viaggi, ma anche la più inevitabile: ma quante città d’arte splendide ha l’Italia? Un tesoro infinito!

E tanto per gradire ci ritroviamo in una chiesetta che è una vera chicca: una San Lorenzo romanica, piccola, suggestiva, che induce al raccoglimento, all’intimità dentro il proprio pensiero. Che può essere religioso, esistenziale, culturale, quello che vuoi e che senti, ma che è dentro il profondo di te. Per un attimo soli con se stessi. E anche la guida segue questo clima, di sobrietà intimista e un po’ crepuscolare. E’ lo Stefano del primo giorno, che liberatosi di Giulietta, appare ora serenamente votato alla descrizione etico/poetica di questa chiesetta fuori dai circuiti turistici più standardizzati.

La giornata, intensa e fortunatamente solare come quella al lago di Garda, prosegue con il sorprendente, imponente Museo di Castelvecchio. Antica fortezza, è stata riconvertita ad un uso colto; un patrimonio di opere d’arte davvero notevole per quantità e livello medio, di epoche varie, antica, medievale, rinascimentale. Il tutto non appare compromesso da un allestimento moderno, che certo non favorisce, come dice Stefano, una lettura suggestiva ed emozionale delle opere, ma una visita ordinata, organica e criticamente lucida. E le opere esposte, numerosissime, sono belle: non capolavori, ma interessanti e significative. E già, perché come Stefano stesso premette (e Stefano è bravissimo e competente, non tragga in inganno il nostro scherzetto a proposito di Giulietta!!) per capire arte e cultura di un’epoca, non è corretto pensare solo alle punte di diamante, ai grandissimi artisti o ai capolavori. E’ lo scenario medio che definisce un’epoca, un movimento, una corrente, e fornisce un taglio di lettura storicamente fondato.

I capolavori non spuntano all’improvviso, dal nulla, ma da una piattaforma di elaborazioni e creazioni che fanno scenario, tendenza, che profilano un’epoca o un territorio: sono il terreno fertile su cui nascono i grandi. Per questo il Museo di Castelvecchio ci offre uno spaccato ed un’esperienza visiva e culturale che resta, che spiega e dà direzione di senso.

                        l’emozione del Ponte

Se poi cerchi lo scarto poetico, emotivo, eccolo lì, a pochi metri di distanza a portata di sguardo: il Ponte di Castelvecchio è di fronte, cosiddetto Ponte Scaligero. Una immagine di bellezza emozionale, che ti attrae, anche se la sua storia è segnata dalla distruzione della guerra. Originario del XIV secolo, quello che vediamo è ricostruzione del secondo Novecento, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ma la ricostruzione è bella; non è un falso storico, è una schietta riedizione strutturale di un ponte trecentesco. Ne recupera linea, colori, movimenti architettonici. Lo vedi che per pulizia di linee, colori, integrità non è d’epoca. Ma è bello, sincero, e ti trasmette una sensazione ariosa.  Al resto dello scenario ci pensano l’Adige che scorre sornione, i lungofiume non cementificati, e le varie collinette venete fascinose sullo sfondo a cornice. Il ponte è bello, emozionante; la gente ci va a passeggiare, vicino o sopra; gli innamorati ci vanno a baciarsi e a tenersi per mano. E allora, ok, la scenografia è bella. Verona non dimentica di saper e voler essere anche romantica.                              Insomma, sarà o no la citta di Romeo e Giulietta!!!

E noi ce ne andiamo a pranzo contenti. Le emozioni non sono mancate.

               fra pomeriggio scaligero e sera di quiete

Le emozioni non mancano neppure nel pomeriggio, con una Basilica di San Zeno che in città conta, per la sua bellezza e per il suo valore  simbolico, emblematico. E qui dopo il gotico, il romanico e la varietà pittorica dei quadri del Museo, ci troviamo di fronte al Rinascimento. Gran bella Basilica, e c’è pure il capolavoro: la Pala di San Zeno di Andrea Mantegna. Del resto non è che questa Basilica piaccia solo a Tempo di Eventi, se è vero, come è vero, che da Dante a Carducci, da D’Annunzio ad Heinrich Heine, tanti grandissimi poeti hanno trovato in essa spunti ispirativi profondi.

A proposito, si sarà notato, Dante lo stiamo incontrando un po’ ovunque in questa città. Come ha detto Chiara, a Verona di Dante manca solo il sepolcro, che si è preso la altrettanto splendida Ravenna. Ma quanto a ospitalità per il sommo poeta, Verona e Ravenna hanno fatto una bella gara. Il nostro buon Alighieri con la sua Firenze ha avuto problemi e delusioni; ma altrove di ospitalità ne ha avuta, e importante.

Siamo stanchini, e non pochi di noi si accomodano per una pratica cena in albergo, non in altri ristoranti cittadini. Un po’ di Amarone riusciamo ad averlo, visto che in giro per la città stranamente non ne abbiamo trovato molto. E insieme all’Amarone ritroviamo anche la nostra eterea cameriera, che la prima sera era spaurita come un pulcino. In questa seconda cena alberghiera invece…. pure!  E’ proprio fatta così. Deliziosamente fragile oppure puntigliosamente ostile al lavoro del servizio di sala? Chissà. Questo dubbio non lo abbiamo sciolto e non lo scioglieremo mai, da qui all’eternità! Ma tant’è, fragile o arrabbiata, comunque ci porta un ottimo risotto all’Amarone, che ci predispone ad un sonno ristoratore. Stanchi… siamo stanchi; beh, non siamo proprio nella nostra età primaverile, come la bella camerierina. Piuttosto ci sentiamo coetanei di Dante… ma cosa avete capito? Mica il Dante plurisecolare; il Dante che arrivò ospite da Cangrande della Scala, e nel mezzo del cammin di sua vita. Chiaro, ok?

E arriva la domenica, conclusiva del viaggio.

                    … e che domenica !!!

Colazione in albergo, mini van per tutti, ed eccoci di fronte ad un’altra chicca. Questa davvero uno scoop! La Biblioteca Capitolare. Proprio fuori dai circuiti turistici standard: mica siamo Tempo di Eventi per caso!!

Il luogo è splendido. Una Biblioteca che ha vissuto una storia straordinaria e tormentata, fra visitatori di eccezione (il raffinatissimo Petrarca, e poteva mancare Dante?), distruzioni e ricostruzioni, opere perdute e opere ritrovate in qualche doppiofondo nei muri, e organizzatori straordinari. Tipo il veronese Scipione Maffei. Il poverino è conosciuto più che altro dagli addetti ai lavori, ma è stato un grande intellettuale sei/settecentesco, un grande organizzatore – oggi diremmo manager – culturale; ha viaggiato, scritto, elaborato pensiero e linee culturali. E ha messo mano anche a questa Biblioteca.  Meno male che a Verona almeno gli hanno intitolato il principale liceo cittadino.

La Biblioteca è sistemata in modo ordinato quanto a catalogazione, ma molto suggestivo quanto ad arredi e illuminazione. E c’è di tutto. Opere d’arte pittorica e scultorea (compresa una mostra di pittura contemporanea elegantissima), ma soprattutto c’è una dotazione libraria affascinante e poderosa, per quantità e qualità. Libri, manoscritti, pergamene, incunaboli, libri miniaturizzati, spartiti musicali. Insomma una festa per gli occhi, per la mente e per il cuore. E ci trovi perfino copia dell’indovinello veronese Se pareba boves, alba pratalia araba , et albo versorio teneba et negro semen seminaba” . Cosa si nasconde dietro la apparente descrizione di una scena agricola? La scrittura, a penna e inchiostro! Uno scritto che sta sulla faglia di collegamento fra la scrittura antica in latino ed un embrionale avvio di lingua volgare italiana. E negli scaffali, da Dante a Guicciardini; da testi di filosofia, a testi scientifici e botanici, da testi teologici a testi filosofici, da testi giuridici a testi astronomici. E miniature a non finire.

 Né poteva mancare la guida di turno; questa volta interna alla fondazione bibliotecaria che stiamo visitando. Valeria, dai bruni capelli e altissima, incapsulata in giubbetto nero e lunghi pantaloni marroni; insomma una riproduzione di un affresco visto il giorno prima a San Fermo. Con la sua voce stentorea e squillante (nessun bisogno di supporto audio) ci fa vivere la Biblioteca in modo completo ed emozionante. Brava? Una bomba! Riesce pure a farci in cinque minuti la spiegazione del processo di nascita e sviluppo della scrittura a inchiostro e poi di quella a stampa. La nostra attenzione non cede un attimo: fra la Biblioteca e Valeria il tempo vola e  la nostra emozione pure. Alla fine ci saluta, dicendoci che sta preparando l’esame concorso per fare la guida. Ma quale esame? Mah! Una guida culturale nata come lei? Diplomata ad honorem. Anche la Chiara di San Fermo, che ritroviamo per andare al Duomo, conferma che Valeria è ben conosciuta: e stimata, per intendersi.

                                al Duomo… in migliaia

Ed eccoci al finale del nostro peregrinare scaligero, con Chiara al Duomo. Ancora una chiesa; in verità ne abbiamo visitate un bel po’, ma una diversa dall’altra, con un proprio profilo architettonico ed artistico. Ma anche con un proprio profilo devozionale. Qui siamo all’opposto di San Lorenzo. Non c’è l’intimismo esistenziale; il Duomo è chiesa di frequentazione di massa, c’è il vissuto quotidiano, c’è il popolo veronese; e non solo. E’ in arrivo pure un corteo di immigrati. La chiesa ha la sana confusione della vita; ne perde un po’ la concentrazione sulla dimensione artistica, ma ne guadagna l’intreccio col reale che si sposa all’immaginario dell’arte. E di arte ce n’è: dal fonte battesimale imponente nei bassorilievi e nella originalità di struttura, al dipinto tizianesco sulla Assunzione. Insomma, di tutto di più. Compreso un complesso corale di una decina fra giovani e anziani che cantano accompagnati da altrettanti musicisti, per lo più alla chitarra. E compresi alcuni teloni distesi sull’altare coi colori della bandiera della pace; indubbiamente dedicati al corteo di immigrati in arrivo. Certo esteticamente stonano un po’ con pale d’altare medievali, affreschi e bassorilievi rinascimentali; e con le forme architettoniche contaminate fra gotico, rinascimentale ed anche settecentesche.

Ma non stonano con il gran vociare che c’è nella chiesa, fra visitatori, cantori e fedeli; perché il duomo è il duomo: e cantare la pace, con musiche e colori, ci sta proprio bene.

Anzi, in verità, la pace ci sta sempre bene!

                          il gran finale

I minivan ci aspettano; alla stazione Italo è pronto come sempre. Si parte, e fra una chiacchiera e l’altra di noi viaggiatori molto contenti della nostra 4 giorni veronese, in men che non si dica superiamo Bologna, Firenze… e siamo a Roma. Tempi di viaggio molto rapidi, efficienti, gradevoli.

Altri minivan, prenotati individualmente, ci attendono a Termini… e per alcuni di noi – 5 sventurati per la precisione – inizia il viaggio più lungo. Altro che Verona/Roma; bensì Roma Termini/San Paolo Ostiense. Eh sì, perché il conducente non sembra emulare in bravura né le due Chiare, né Stefano, né Valeria. Conduce l’automezzo con la medesima efficacia che potrebbe avere alla guida, per dire… Francesco Petrarca. E ha con il computer, e quindi col navigatore, la medesima dimestichezza elettronica che potrebbe avere il secentesco Scipione Maffei. Fatto sta che, nella più totale mancanza di empatia col navigatore, in men che non si dica si avvia per Roma nordest.

Quando imbocca una strada segnata dalla freccia Torrenova, la nostra reazione sbigottita – un po’tardiva perché ingenuamente fiduciosi negli NCC – riesce a riconvertire il navigatore reindirizzandolo verso lidi a noi più noti di Roma sud: San Paolo, Eur, Torrino.

E tanto per concludere con la citazione poetica, con cui abbiamo aperto, della bellissima poesia di Marino Moretti “Piove…” possiamo dire: “Piove.. è notte, siamo a San Paolo, Eur, Torrino, infine ospiti dei nostri letti che riconosciamo appena… e appena tre ore fa eravamo a Termini !”.

Al prossimo viaggio, Tempo di Eventi … anzi, possiamo pure ridefinirne il nome…. Tempo di Grandi Eventi !!

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