UN APRILE A LUCCA …….a cura del Prof. Carlo Mari

Un aprile a Lucca

“Ma quando vien lo sgelo,
il primo sole è mio,
il primo bacio dell’aprile, è mio;
il primo sole…. è mio”

preludio esistenziale

Quando in questi anni mi metto a buttar giù il racconto/ricordo dei nostri viaggi di Tempo di Eventi, di solito mi pongo prima di tutto la domanda di quale registro narrativo usare. a) Puramente cronachistico, funzionale a chi non ha partecipato;        b) memorialistico, funzionale ai ricordi di chi ha partecipato; c) ironico/umoristico, per avvolgere il ricordo in un velo scherzoso che stuzzichi piacevolmente i ricordi di chi c’era e alleggerisca la lettura di chi non c’era; d) patetico/sentimentale, per esprimere la gioia per quanto fatto e la nostalgia per un’altra esperienza personale e collettiva ormai passata; e) colto, per corrispondere alla qualità storico/artistica di quanto visitato e ammirato; f) umano/personalistico per dare la centralità del focus ai partecipanti piuttosto che al contesto.   Diciamo che prevalentemente ho cercato di mixare un po’ tutti questi registri, dando però un ruolo più avvolgente, quasi di filo conduttore, all’elemento ironico/autoironico, con una immersività leggera fra caratteristiche, tic e piccoli episodi personali di noi tutti partecipanti e la maestosità culturale e la bellezza artistica di luoghi, cose, opere. Peraltro visto che tale linea narrativa è risultata in genere gradita, il taglio è stato questo, per Verona e Gardone, Arezzo, Casentino, Firenze, Padova, Ferrara, Bologna…

Ma non sarà sfuggito che l’apertura di questo racconto invece è stata affidata ai versi cantati da Mimì nella Boheme pucciniana, in una romanza celeberrima: “Mi chiamano Mimì”. Ma non la prima parte della romanza; la seconda, appunto quella in cui canto e musica dal registro cronachistico iniziale ( Mimì che si presenta ) passano a quello emozionale, con una apertura sublime a tutta voce e a tutta orchestra: Mimì che esprime le proprie emozioni!  Il tempo musicale dell’allegretto si trasforma in un largo, di quelli pucciniani tipici, che ti entrano nella mente, nel cuore, nei tessuti tutti, e ti catturano. Ti fanno cantare, in silenzio, dentro di te, e ti ritrovi in un battito d’ala in compagnia di Mimì, Puccini, Apollo, Euterpe, Tersicore, i tuoi desideri, le tue emozioni, i tuoi sogni, le tue passioni, i tuoi brividi, le tue fragilità. Insomma, mi avete già capito: il registro dominante del racconto sarà questa volta emotivo e dolcemente malinconico. Mi direte: è il Tempo che passa! Perché, non lo avete notato anche voi, che passa? La voglia di felicità e di emozionarsi non passa mai, non diminuisce mai. Diminuisce la oggettiva possibilità di averla, perché il Tempo gioca la sua parte. E allora la felicità bisogna conquistarla palmo a palmo, accompagnata dalla pulsione a guardarsi vivere, a guardarsi esser contenti, a emozionarsi nel guardarsi emozionati. Il tutto è più faticoso, più sofferto, più malinconico, ma anche più romantico, più struggente, più carico di un umanesimo nel profondo, che nulla concede al puro vitalismo turistico. Di viaggio in viaggio la nostra cifra musicale è andata passando dai crescendo rossiniani, all’incalzare wagneriano, al dinamismo verdiano, all’adagio espressivo schumaniano, all’andante cantabile pucciniano. E a Lucca, dove si respira Puccini ad ogni angolo di strada, non potevamo che essere in linea con questo nostro nuovo tempo musicale. Un procedere lento, soft della comitiva, un adagio cantabile, espressivo e riflessivo; un dolce naufragar, fra arte, musica e vita cittadina. Emozioni, e guardarsi emozionati. Lucca, e noi a Lucca: i miei ricordi sono così. La cifra del racconto non può che essere questa.

                    passeggiando fra vita cittadina, storia e arte

Non a caso è aprile, e lo sgelo di Mimì avvolge anche noi; non a caso arriviamo col sole, facciamo le nostre visite col sole, ripartiamo col sole. Il sole d’aprile è nostro; come il bacio accogliente di Lucca. Freddo e pioggia che nei mesi passati non sono mancati, ora ci appaiono lontani. Magari siamo perplessi per aver sbagliato in tanti l’abbigliamento, ancora vagamente invernale, mentre qui ci ritroviamo in pieno rigoglio climatico primaverile. Ma tant’è, siamo contenti di esserci e all’abbigliamento nemmeno ci pensiamo. Dalla bolgia di Termini a quella della sotterranea stazione ferroviaria bolognese, al pullman che ci conduce a Lucca, il contesto cambia, e va verso il tempo sospeso di una cittadina immersiva, che fa tanti abitanti quanto un quartiere medio/piccolo di Roma. In verità oltre ai lucchesi troviamo anche un milione di turisti ! ma chi li vede. Noi siamo comunque altrove, nel Tempo di Eventi, sospesi fra le decine di viaggi e gite già affrontate e questo 18 aprile 2026, che ci gustiamo con la mente di una classe liceale in gita; magari con gambe non propriamente liceali, diciamo da ex liceali in pensione. Ma tant’è, il sole è nostro e l’albergo Celide anche; lo vediamo un attimo di sfuggita, il tempo di renderci conto che non abbiamo la più pallida idea del significato del suo nome… né l’avremo mai. Ci prova anche l’Intelligenza Artificiale, ma si arrende, dicendoci di rivolgerle quesiti un po’ meno complicati! E via col primo pranzo lucchese, in un vicino ristorante….. il Celide!! Anche lui, allora ce l’avete con noi!

Ben presto ecco il nostro consueto tour per chiese varie, che nelle nostre città non mancano: e in grande quantità. Ma non è, o almeno non solo, un problema di culto religioso; è questione di arte, perché nella storia della nostra penisola le chiese sono state anche un grande contenitore di arte e bellezza. E nelle nostre peregrinazioni italiche (chissà che prima o poi non diventino anche internazionali!) il programma     è molto focalizzato sull’arte: pittura, scultura, architettura. E così è a Lucca; fin dal nostro primo pomeriggio, via con la Cattedrale di San Martino e la Basilica di San Michele in Foro. La nostra simpatica guida Monica ci presenta subito gli esterni, imponenti in una città raccolta, con il loro stile architettonico romanico. Un problema: a prima impressione, non sembra un romanico. Momento di terrore: siamo incappati in una guida con le idee estetiche confuse? Macché, Monica, colta ed empatica, vede i nostri sguardi perplessi, e rasserena le nostre preoccupazioni: è un romanico toscano, anzi lucchese. Manco a dirlo: i Comuni toscani praticavano l’autonomia, nonché la rivalità fra loro (rivalità è eufemismo soft: diciamo che andavano d’accordo come Trump e l’Iran!). Insomma anche gli stili architettonici se li rivisitavano a modo loro. E ci riuscivano anche: non si può davvero dire che la Toscana abbia un deficit di arte, letteratura e musica! Insomma, ci gustiamo questo romanico rivisitato, laddove negli interni troviamo austerità e sobrietà miste alla fascinazione di dipinti prestigiosi

Non è tanto un Tintoretto però che ci affascina, quanto in San Michele un dipinto di Filippino Lippi. Non so se è chiaro: il figlio del grande Filippo Lippi, che si ispira al padre, lo miscela con un bel po’ di Botticelli… ed eccolo lì: Filippino. E così eccoci in una navata laterale di fronte a un dipinto con quattro figure: tre santi, e sant’Elena, che esce proprio dal quadro, scende, ci viene incontro, ci saluta e ci fa da guida insieme a Monica. Alla fine usciamo dalla Basilica, mentre Sant’Elena rientra nel dipinto del giovane Lippi.

I Bonaparte a Lucca son stati di casa, non tanto il leader, quanto la sorella minore Elisa, sposata con l’ufficiale Felice Baciocchi. Sorella minore di Napoleone, la più brillante ed intraprendente, sia politicamente che culturalmente. Esperienze di vita in varie città italiane, nonché in Francia ed Austria, Elisa ha vissuto a Lucca durante gli anni del massimo fulgore imperiale del fratello; e l’ha impregnata di sé, del suo gusto, del suo stile, della sua fascinazione. Granduchessa di Lucca e Piombino e di Toscana per qualche anno, Elisa ci accompagna per tutta la nostra tre giorni lucchese. Il percorso dall’albergo al centro cittadino è segnato dal nostro passaggio per la porta Elisa, che ci immette all’interno delle mura, il cui camminamento superiore percorriamo, con un passo che è lento e cadenzato per tre buoni motivi: il sole che batte caloroso; la folla del sabato pomeriggio, con lucchesi, giovani e meno giovani, che si uniscono a quel famoso milione di turisti cui si accennava prima; il prudente apprezzamento di una tre giorni di passeggiate lucchesi che ci attende. Come si diceva all’inizio, ormai siamo mollemente pucciniani, non più fieri wagneriani. E quindi, prudenza, dolcezza, e passo lento. Anche Monica ha capito il modesto livello atletico del gruppo, e si adegua: rallenta!

Il pomeriggio si conclude e l’Hotel Celide ci attende. La maggioranza del gruppo sperimenta anche l’arte culinaria lucchese al ristorante Celide, prima di immergersi nel caldo tepore della stanza d’albergo. Il tepore in questione ad alcuni appare anche eccessivo. In chi vi sta scrivendo regna l’indifferenza climatica: si corica e dorme!!

una domenica pucciniana

Pronti via: colazione mattutina, con prudenza: l’arte culinaria lucchese del giorno precedente quanto a vivacità aggressiva regge il confronto con Elisa Bonaparte!

Si inizia con la visita alla Basilica Minore di San Paolino, aperta appositamente per noi. La deliziosa e armoniosa chiesa di stile compiutamente rinascimentale è intitolata al primo Vescovo di Lucca, Paolino, santo e martire, che della città diventa il santo protettore e che Lucca ama profondamente, in un rapporto che va oltre il culto puramente religioso, in un afflato di riconoscenza per chi della città si prese cura difendendola dalle atrocità dei conflitti e delle armi. E in perfetta empatia con l’edificio ed il suo stile artistico morbidamente classico, ci accoglie il corista Giancarlo, che ci introduce alla visita e che in diversi momenti accompagna questa sua funzione rilasciando note canore delicate, appena accennate, ma di emozionante, quasi angelicata sonorità. Un fuori programma gradevolmente artistico, peraltro propedeutico alla visita successiva, forse la più attesa della nostra tre giorni.

E infatti eccoci in visita da lui, Giacomo Puccini, la cui famiglia aveva in San Paolino la propria parrocchia. Lo stesso Puccini diciottenne vive in quella chiesa elegante il suo emozionante debutto da compositore con il mottetto “Plaudite populi”, dedicato proprio a San Paolino. Emozioni crescono.

La casa Natale, oggi Museo Puccini, è un edificio normale, d’epoca, appartamento da ceto medio, sobrio ma completo per ogni esigenza. Una famiglia di discreta agiatezza, con forte presenza di appassionati e di professionisti della musica. Il luogo sollecita ovviamente interesse per una delle grandi figure dell’arte musicale italiana e mondiale: Puccini conosciuto e amato ovunque, in tutti i continenti possiamo dire. E questa dimensione di artista prestigioso, sistematicamente rappresentato nei teatri di tutto il mondo, è ben evidenziata dalla forma museale della casa, con ricordi e testimonianze, accompagnate da un morbido sottofondo musicale di arie d’opera. Certamente la location pucciniana di maggior carico emotivo è quella di Torre del Lago, più propriamente legata alla dimensione emozionale della musica e del vissuto del maestro, intenso, complesso e sofferto. Qui la dimensione è più di tipo biografico, e più orientata alle origini ed al Puccini ancora in viaggio verso quella che diventerà la sua dimora definitiva: l’Olimpo e il Parnaso delle Muse in compagnia di Apollo!

Ma tant’è; sono sufficienti anche tre o quattro presenze per mandare a mille le emozioni. Il pianoforte Steinway & Sons su cui compose Turandot; alcune partiture autografe di composizioni giovanili; l’abbozzo della partitura musicale de La bohème; il costume di Turandot indossato dal soprano Maria Jeritza alla prima rappresentazione alla Metropolitan Opera House di New York nel 1926. Per tutti noi una visione interessante e attrattiva. Per un musicodipendente come chi vi scrive, un tasso di emozionalità che lo fa uscire dall’edificio – attraverso i tetti – e lo proietta verso i territori infiniti dell’arte, dove avrebbe navigato beatamente tutto il giorno fra “sovrumani silenzi e interminati spazi”, in compagnia di Mimì e di Liù…. ma implacabile è intervenuta Turandot… cioè, mi correggo, Rita Mancini, a riportarlo sulla terra e all’ordine, intimando: palazzo Pfanner ci attende!

“Non piangere Liù”, la prossima volta verrò senza Rita Turandot !!!!!

E così ci incamminiamo verso Palazzo Pfanner, che ci dicono vicino. Dopo alcuni chilometri (ma non era una piccola città Lucca?), arriviamo alla meta. Bello è bello, assolutamente; e pure tanto. Certo niente a che vedere col sublime pucciniano. Non a caso nel cortile e nel loggiato del Palazzo ci hanno girato il film “Il marchese del Grillo” con Alberto Sordi, mica la Tosca con Renata Tebaldi! Altra atmosfera rispetto a “vissi d’arte vissi d’amore”. Il Palazzo ha visto un susseguirsi di proprietà varie, legate per lo più al ricco mondo del commercio lucchese (una delle risorse strutturali di questa città, oggi come anticamente). La proprietà passata a metà Ottocento alla Famiglia Pfanner apre la strada alla trasformazione del Palazzo in un birrificio, di grande successo e qualità, frequentato in clima belle époque da uomini e donne che apprezzavano questa bevanda e questo birrificio tanto elegante quanto di grande impatto produttivo per la città. L’edificio ed il suo parco sono decisamente belli, e non mancano all’interno anche elementi artistici di pregio assoluto, nonché elementi architettonici barocchi affascinanti, come il grande e sontuoso scalone. Ampio e raffinato il giardino all’italiana, fra una flora rossoverde ed eleganti fontane.

Nella lunga camminata verso Palazzo Pfanner non manchiamo di dare una occhiata alla famosa Torre Guinigi, col giardino pensile in cima. Carina, e visitabile fin su, a questo eden pensile lussureggiante: visita facoltativa per chi di noi voglia affrontare salita e discesa per 230 gradini. Nessuno!   D’altra parte ci aspetta anche la Piazza dell’Anfiteatro che, vista in foto, sembra davvero carina: tipica di tante splendide città toscane. Anche questa dovrebbe essere bella, ma quando ci passiamo, non la vediamo! neanche un metro quadrato libero da ristoranti con rigoglioso dehors: tavoli, sedie, ombrelloni, paraventi, uno accanto all’altro, uno sopra l’altro, uno dentro l’altro. In confronto Piazza Navona il giorno della Befana sembra un luogo desertico. Va beh, anche la ristorazione vuole la sua parte. E così procediamo verso Pfanner, con un’occhiata di passaggio alla Basilica di San Frediano, con bel mosaico dorato sulla facciata, questa sì tipicamente romanica.

La nostra domenica pucciniana riserva anche a noi la pausa pranzo, nel pieno rispetto del timer pianificato. Un simpatico ristorante incastonato nelle mura di cinta cittadine; tanta gente, come da copione domenicale; buon pasto adatto al fabbisogno; ma soprattutto una piacevolissima emozionante compagnia che si aggiunge al gruppo per il solo pranzo. Un lucchese/romano che abita a Lucca, ma è tidieino doc, come sua moglie, nostra amica e compagna di avventure… che ora non c’è più. La compagnia è piacevole, tante chiacchiere tosco/romane, per vivere allegramente questa mezz’ora del presente, rimuovendo – se possibile – ricordi e malinconie. Siamo contenti noi di stare con lui; ma sembra proprio contento anche lui di stare con noi. Nel clima emozionale di questo viaggio – di cui dicevamo all’inizio – questo incontro è perfettamente “in linea”. Meno male che c’è Puccini che rende tutto melodioso: anche i ricordi.

Questa domenica pucciniana nel pomeriggio si trasforma in una domenica boldiniana. Eh sì, perché il nostro viaggio coincide con una Mostra lucchese dedicata a Giovanni Boldini, straordinario pittore, molto particolare, che quanto a simbolo di belle époque altro che Palazzo Pfanner. Ci finiamo dentro in modo immersivo!  La mostra è bella, ben curata e ben strutturata nello spazio espositivo. E poi abbiamo il nostro “Virgilio” che ci guida. Matteo è una giovane guida, che forse non sarà Giorgio Vasari o Giulio Carlo Argan o Philippe Daverio, ma è quello che ci vuole. Plana dall’alto con leggerezza sulla mostra e sul gruppo, trasmette quanto basta di informazioni e rilievi storico/critici, ma decolla soprattutto quando si lascia andare alle sue emozioni – appunto, il viaggio delle emozioni. Boldini gli piace, lo coinvolge, con la sua eleganza, ma anche con la sua introspezione, che trova luce ed espressione soprattutto in quadri meno iconici di quelli del Boldini ritrattista di donne raffinate, sensuali e palesemente agiate: tipo Contessa Speranza, per intendersi. E invece Matteo si esalta e ci coinvolge nel fascino discreto di una scenetta di primavera, poco mitologica e tanto reale. Una donna popolana, una piccola figlioletta in braccio, un uomo sullo sfondo che lavora nel campo di erbe e fiori, un cagnolino, un’altra bambina che gioca, una sedia campagnola gettata lì, un cappello di paglia a terra: ecco la primavera boldiniana. La belle époque per un attimo è messa da parte e ci immergiamo nella bellezza del reale quotidiano. Ma non basta, Matteo ormai è un fiume in piena, senza più timidezze oratorie di fronte a immagini, sempre femminili come da manuale boldiniano, ma sensuali nella loro semplicità quotidiana. Non mancano le seduttive femmes fatales, ma nell’insieme il ritratto di Boldini che portiamo via con noi (metaforicamente, si intende) è realistico, in senso alto: la realtà può essere bella anche senza paillettes e lustrini. E la bellezza femminile proverbiale dei dipinti di Boldini può emergere e illuminarci anche nella semplicità di volti, abiti, posture di un vissuto quotidiano ordinario… ma che ordinario non è, perché fa trasparire la luce vera, che nasce da dentro ed è luce autentica: non del brillante, ma del diamante. Boldini ci è piaciuto; ci piaceva già prima, ma in quel di Lucca ne abbiamo percepito meglio anche il profilo articolato, di pittore della bellezza, colta però in tanti aspetti della realtà, ed in tante immagini di un eterno femminile raffinato e sensuale, ma più vario di quello solitamente identificato col pittore ferrarese. Salutiamo Boldini, salutiamo Matteo e torniamo al nostro Hotel Celide, non prima di aver reso l’omaggio inevitabile alla divinità digitale. Foto di gruppo davanti alla Mostra, e manco a dirlo, gruppo solo al femminile. Le donne di Boldini della comitiva tidieina, immortalate in un gruppo scultoreo di canoviana memoria; nel quale spicca una presenza ineludibile (all’uopo si sacrifica per l’iconica immagine associativa la nostra leader Rita, ormai dismessi i panni di Turandot). Non può infatti mancare Paolina, stesa su un fianco, con il capo mollemente poggiato sulla mano destra. Per un momento Elisa lascia la ribalta alla sorellina Paolina… ma è per sostenere il turismo!  D’altronde Elisa recupera nella soirée ristoratrice, con la nostra cena al ristorante denominato – manco a dirlo – Gli Orti di Elisa!

un lunedì reale

Siamo al terzo giorno; il tempo vola. Ed anche il nostro pullman, che attraversa la

Piana di Lucca, in parte pianeggiante in parte collinare, immediatamente a est della città. Siamo in cammino verso il paese di Capannori, territorio di Marlia, dove si  estende la Villa Reale, imponente complesso monumentale con 16 ettari di parco e con due corpi edilizi principali: quello centrale e la Palazzina dell’Orologio, raffinato  cesello di architettura. Con Villa Reale torniamo ad avere Elisa come protagonista, anche se tutt’altro che unica proprietaria. Nata in epoca medievale, la Villa ha attraversato le epoche con sempre nuovi proprietari e sempre nuovi interventi di restauro e integrazione. Dal Seicento barocco al classicismo, allo stile impero ottocentesco, agli interventi in stile Liberty primonovecenteschi, fino all’ultimo imponente restauro, nei nostri anni duemila, fra il 2015 e il 2025. E tanti ospiti, da un entusiasta Metternich ad un ispirato Paganini, all’effervescente Salvador Dalì, all’innovatore musicale Stravinsky, a scrittori come Paul Valery, Jean Cocteau, Alberto Moravia, a cogliere ispirazione e riposo fra le meraviglie della Villa. E tanti proprietari, fra cui spiccano famiglie principesche secentesche e nell’Ottocento i Savoia e i Borbone; e i conti/imprenditori Pecci-Blunt nel primo Novecento; fino ai proprietari attuali, una giovane coppia di imprenditori svizzeri, autori del citato recente restauro, che ha completamente rivitalizzato la Villa riaperta al pubblico da meno di un anno, e prontamente visitata dalla nostra appassionata comitiva: come dire… siamo sempre sul pezzo.

Il restauro dell’ultimo decennio è certo frutto di spirito mecenatesco, che ha reso  questa coppia svizzera benemerita e amatissima dalla comunità e dalle autorità lucchesi; ma è anche ovviamente un investimento teso ad un’impresa di sviluppo turistico e residenziale, che restituisca alla Villa non solo i fasti della sua bellezza,  ma anche quelli di una vita culturale ed artistica intensa e di qualità.

Ovviamente non abbiamo dimenticato Elisa, che nei primi anni dell’Ottocento è la vera artefice del rilancio della Villa, facendone non solo un simbolo del proprio potere familiare, ma anche un centro di vita culturale di alto profilo: grande Elisa!                     E l’ultimo restauro intende appunto riproporre e rilanciare tutto questo. Il complesso è smisurato, non solo per estensione, ma per dotazione di risorse. C’è di tutto. Edifici raffinati architettonicamente; interni ricchi di dipinti, affreschi, decorazioni, persino carte da parati vere opere d’arte, con delicate immagini mitologiche. Una esposizione di bambole di origini etniche le più varie, ed una esposizione di spartiti musicali e dischi d’epoca da brividi: da Chopin a Tchajkovski a Beethoven a Brahms, in esecuzioni di mostri sacri della musica quali Arthur Rubinstein e Sir John Barbirolli. Usciamo all’aperto e ci immergiamo fra prati lussureggianti, rigogliose siepi di bosso,  una limonaia che invita al furto di limoni… e che limoni… in stile impero!! E tanti alberi, e immerso far loro e fra le rocce un piccolissimo auditorium; e fontane, con cascatelle, e un ruscello. E poi, per ultimo ma non ultimo per fascino, un viale delle camelie, fiori di un fascino assoluto che manco Boldini!  Rosse e rosate, seducono uomini e donne. Insomma una festa degli occhi: anche esagerata, osserva qualcuno, in vena da movimento antagonista! Ed effettivamente la sensazione di uno sfarzo fine a se stesso si può avere. Ma tutto sta nella intelligenza razionale ed emotiva di proprietari, investitori ed autorità. A parte l’utilizzo turistico, anche residenziale, il complesso si presta ad un uso da eventi artistico/culturali di grande risonanza e di grande impatto, anche economico, non meno di tanti altri siti diffusi nel nostro paese. Insomma un luogo meraviglioso da Tempo di Eventi. Lo affidassero alla nostra Associazione… decollerebbe. A Rita e Lorenzo chi li fermerebbe più; e noi con loro!! Va beh, sognare non costa nulla; ma certamente una Elisa rediviva, brillante e intraprendente com’era, punterebbe tutto su di noi!  Ma dove li trovi altri appassionati come noi, che dopo quasi tre giorni in giro, con 7-8 chilometri al giorno di percorso, su e giù per un’infinità di gradini, vestiti invernali sotto un caldo sole preestivo….. sono capaci di emozionarsi e di fare poesia davanti ad un limone caldo e succoso, su una pianta verde vivo, e a fianco di una camelia rosa shoking !   Manco Elisa Bonaparte o Mimì Pecci-Blunt arriverebbero a tanto. Noi sì, perché con le gambe vagamente affaticate, la fronte lievemente imperlata di un sudore imprevisto, tiriamo fuori poesia dal nostro profondo e canticchiamo in sordina, come un coro pucciniano a bocca chiusa: “vissi d’arte, vissi d’amor”.

Alla fine della visita, mentre ci allontaniamo per rifocillarci nell’ultimo ristorante della nostra tre giorni, c’è pure chi – non facciamo nomi – col pretesto di volersi immediatamente riposare, simulando un quasi ultimo respiro, si ferma alla caffetteria della Villa a dir poco deliziosa, in mezzo a prati, alberi e camelie, per addentare con imperiale raffinatezza un tramezzino ed un dolcetto. Per gradire.  Noi comuni mortali la vediamo da lontano, e sembra proprio Elisa tornata fra noi… a miracol mostrare.

Più prosaicamente il resto del gruppo si reca ad una trattoria del paese, per l’ultimo pasto…. non in senso biblico; nel senso che dopo questo, si riparte per Roma.

Ma la scelta della location è perfetta. Dopo la supervilla aristocratica, una trattoria in stile contadino; con un menu contadino; ed una ciotolina di stracchino a testa, produzione contadina artigianale. Una delizia, che manco Napoleone ne ha mangiato mai uno più buono. E sì, di fronte alla aggressività culinaria della prima giornata, a base di fiori di zucca ripieni di brie e tartufo, questo pasto rurale non solo regge il confronto, ma anzi vince pure il primo premio: tutti d’accordo, il pasto migliore della nostra tre giorni lucchese.

 

il ritorno

Si riparte col nostro pullman che deve riportarci puntuali alla stazione di Bologna, sempre più sotterranea. Arriviamo in orario, ma solo grazie alla preveggenza del nostro Lorenzo. E poi lo dicono un po’ ansioso!  Altro che, se non era per il suo prudente apprezzamento della tempistica, che ci induce a partire in pullman con congruo anticipo, staremmo ancora a Bologna. Infatti percorriamo l’autostrada, ma di fatto non la vediamo; ci dicono stia sotto la fila ininterrotta, mostruosa, distopica di TIR, che impavidamente il nostro autista si impegna a superare. Dopo un blocco iniziale di alcuni minuti, con strategia napoleonica trova il varco giusto per infilarsi e tirar via dritto fino ad Austerlitz…. pardon, scusate, l’entusiasmo militaresco mi ha preso la mano. Volevo dire, fino a Bologna, dove arriviamo puntualissimi. Scendiamo ai treni percorrendo… qualche chilometro di scale mobili.  Infine siamo al binario 9, e il treno non è neanche arrivato da Milano. Poi finalmente ci si imbarca, e ci sistemiamo nei nostri solidi posti prenotati, che salutiamo con una vera e propria pulsione erotica, soprattutto in quanto posti a sedere !!! Il riposo dei viaggiatori: per un paio di ore, non si cammina. Qualche sbandamento in verità lo abbiamo a causa dei bagagli, che dobbiamo sistemare negli appositi supporti sopra i sedili…. molto sopra i sedili.… troppo sopra i sedili. Non tutti ce la fanno a sollevare valigie pesantissime, incomprensibilmente riempite come si dovesse partire per l’Alaska.        E soprattutto gli uomini sono in difficoltà. Ma per fortuna il nostro gruppo è sempre dotato di una splendida biondona valchiria….in confronto quella di Wagner scompare. E così i bagagli vanno tutti al loro posto… certo con figura non proprio atletica del genere maschile. Ma tant’è; importante è il risultato. Partire si parte; e partiamo tutti; e soprattutto, tutti seduti!!!  E in perfetto orario. Udite udite, il nostro treno, sia all’andata che al ritorno, risulta negli ultimi anni l’unico italico treno partito e arrivato perfettamente in orario. Un soffio di vento, due parole per memorizzare insieme cose viste e fatte nel soggiorno lucchese: e siamo già a Roma Tiburtina. Qualcuno si agita per timore di non far in tempo a scendere; l’ansia da recupero bagagli e preparativi per la discesa è virus diffuso sui treni, anche fra tidieini e tidieine. Il respiro si fa affannoso, i movimenti bruschi, i corridoi fra le poltrone appaiono improvvisamente come una prigione. E’ l’ansia da discesa!!

Ma a chi vi sta scrivendo capita altro. Percorrendo il tratto finale fra Tiburtina e Termini, ecco il tocco di classe finale, dell’organizzazione di Rita e Lorenzo, di intesa con Italo. Una visione. Appare – ma solo a me? –  una giovane fanciulla in fiore, assistente di viaggio, rigorosamente in divisa della compagnia. Pantaloni neri, giacca rossa, su una camicetta bianca di pizzo. Capelli e occhi neri neri, splendidi, come Liù,  carnagione chiara come Mimì, raffinata e sensuale come Elisa, profumata come una camelia, gentile come Madama Butterfly, austera come Tosca, efficiente come Minnie la fanciulla del west, sicura di sé e un pochino vanitosa come Musetta, solida e autorevole come Turandot. Ma chi è, un soprano per tutti i ruoli femminili pucciniani? No, è un’addetta delle ferrovie Italo. Realtà o visione? Appare un attimo e scompare, vola via veloce come il Tempo che fugge e lascia dietro di sé il ricordo di qualcosa di bello e di fuggevole, ma che resta nel tuo immaginario, nei tuoi ricordi, nella tua emozionalità. Forse un po’ di stanchezza e l’accumulo di emozioni lucchesi mi hanno creato visioni, suggestioni? Nessun altro tidieino l’ha vista ? Farò un’indagine, son sicuro che c’era,  lì,  fra noi passeggeri, reale e viva.… ma poi in fondo che importa. Se ce l’hai dentro, reale o virtuale, l’emozione resta, è tua, quella proprio non te la può togliere niente e nessuno. Abbiamo forse mai incontrato Liù? Eppure la conosciamo, da sempre, e per sempre……. mi dicono che devo scendere, che il treno è già fermo e fra un po’ riparte per Napoli; e i minivan ci aspettano.  Va bene, arrivederci bellissima assistente di viaggio, Liù o come ti chiami…il tuo nome non so, ma poi  “cos’è un nome? ciò che noi chiamiamo col nome di rosa, anche se lo chiamassimo con altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo“. Grazie del viaggio, mia dolcissima.  

 Insomma spaccando il minuto, siamo a Roma, soddisfatti della nuova avventura portata a termine vittoriosi. Ma no, contenti fino ad un certo punto. I tre giorni sono volati; un’altra avventura se ne va e viene incasellata nel catasto del passato, nei ricordi, nel tempo perduto: non nel senso di tempo perso, beninteso, ma nel senso di tempo che è volato via.  Certo, ci portiamo dentro tante cose: le melodie dolcissime di Puccini, il fascino di Elisa, l’empatia di Monica, il romanico un po’ strano delle chiese, la primavera di Boldini, lo stracchino dell’ultimo ristorante, il nome misterioso dell’hotel, il sorriso del nostro amico Gino rimasto a Lucca, il giallo vivo dei limoni, il rosa intensissimo delle camelie, il soffio del vento sulle mura di cinta, il sole caldo d’aprile che è stato tutto nostro, le lacrime di Liù, il bacio di Mimì, il mistero di Calaf che all’alba vincerà.

Tutto bello, ma è già tutto passato. Malinconicamente va nella memoria.

E ci mancava anche questo racconto del sottoscritto a collocarlo nel libro dei ricordi.

Ma noi proustianamente il tempo perduto lo andremo sempre a ricercare insieme, e dentro di noi. Puccini poi, quello proprio perduto non è. La sua musica è diamante vivo, ce l’abbiamo dentro, e possiamo sempre cantarla in coro: magari a bocca chiusa, sul prossimo treno o nella prossima passeggiata serale, nella nostra prossima meta, di fronte ad un cielo stellato. E se in cielo non dovessero esserci le stelle, lo illumineremo noi con una torcia, come il personaggio di Palomar di Italo Calvino. Insomma, non ci ferma nessuno.  “E lucevan le stelle. O dolci baci o languide carezze. E non ho amato mai tanto la vita”:  facciamo luce noi.

                                                                                            Perché per noi è sempre, deve essere sempre Tempo di Eventi !

 

Prof. Carlo Mari

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