SOSPESI NELLA TUSCIA – Cronaca e suggestioni della gita a cura del Prof. Carlo Mari

Sospesi nella Tuscia

tra fascino silenzioso e peperino in fiore, 
atmosfera di fiaba e profumo di cultura

Beh, non è che se il nostro viaggio non dura tre giorni, ma solo dalla mattina alla sera, per questo non meriti di essere ricordato e non abbia diritto ad un racconto memorialistico!!! Dunque, che racconto sia!

Domenica 10 maggio, oltre una ventina di tidieini si imbarca a Piazzale dei Partigiani a prima mattina, alla volta della Tuscia. Intanto è occasione interessante per scoprire che alcuni partecipanti, che vivono a Roma da tempo immemorabile, ancora confondono Piazzale dei Partigiani con Piazzale Ostiense. A nulla vale la precisazione della nostra leader Rita Mancini, che segnala nel programma Piazzale dei Partigiani come il piazzale della stazione Ostiense (treni e metro) e non il piazzale Ostiense   – contiguo, ma altro luogo – che è quello della Piramide e Porta San Paolo.  Comunque, dopo un po’, previo contatto via cellulare, eccoci tutti nel luogo giusto.                                      Ah, questi romani!  Che amano, ma non conoscono la loro Roma.

Va beh, si parte, la Tuscia ci attende. In una splendida giornata… ma che avete capito, splendida perché stiamo insieme, e tanto basta! Ma Giove pluvio questa volta non ci sorride. Dopo una serie di giornate solari e luminose – e altrettanto si prevede dal giorno dopo – il cielo si offre a noi… plumbeo: e pure piovoso. Non importa, perché non ci ferma nessuno, e la campagna di Tuscia si svolge ugualmente: e sotto la guida del nostro nuovissimo autista, che di nome fa Alighiero. Un nome affascinante, importante, che ti fa pensare subito a un discendente di Dante che canterà poi la nostra gita in chiave allegorica. Ovviamente confidiamo che il nostro Alighiero personale non ci conduca in un viaggio nell’oltretomba; ci accontentiamo della Tuscia. E comunque ci pensa Rita a risolvere il problema. Gli cambia nome e per tutto il giorno lo chiamerà Aureliano. Incomprensibilmente. Il nesso fra i due nomi è del tutto inesistente; ma tant’è, nulla è impossibile per Rita. Anche il cambio di nome alle persone.  E così il nostro Aureliano ci porta in tempi rapidissimi nella Tuscia, senza passare per Inferno, Purgatorio e Paradiso! Per direttissima eccoci a Vasanello, borgo di origine medievale della Tuscia viterbese, di circa 4.000 anime, noto per le ceramiche e le nocciole.  Nella piazzetta centrale ci attende Annarita, la nostra Beatrice di giornata. Brava, esperta, empatica, ci guiderà in modo efficace e gradevole per tutta la gita.  Che inizia con il pezzo forte, il Castello Orsini, del XII secolo: simbolo del paese, costruito dalla famiglia nobiliare degli Orsini, e poi nei secoli passato di proprietà, compresi i Barberini, fino alla famiglia degli artisti/artigiani/ceramisti del paese: i Misciattelli, le cui ceramiche sono splendide e di prestigio internazionale.

La struttura non è quella di un mega castello, ma di un castello di medie proporzioni, però con tutte le carte in regola: completo delle risorse necessarie a un castello per essere sicuro, confortevole e bello. Ci è piaciuto, e Annarita ce lo ha fatto visitare palmo a palmo non solo con competenza, ma con vero trasporto passionale.  Insomma fosse di sua proprietà questo castello, Annarita non potrebbe amarlo più di così. E ci ha raccontato dettagliatamente quello che per recupero e valorizzazione del castello stesso ha fatto Elena Misciattelli, scomparsa pochissimi anni or sono e che Annarita ha conosciuto e sicuramente stimato. Quando parla di Elena gli occhi di Annarita si illuminano ed emettono raggi verdiazzurri tipo aurora boreale! ed effettivamente i meriti storico/artistico/culturali ed anche turistico/commerciali di Elena sono grandi. Se Vasanello può di nuovo gloriarsi, ma anche giustamente giovarsi economicamente, di questo castello, grande merito va ad Elena Misciattelli.  L’erede e proprietaria attuale, la nipote Natalia, è di fatto inglese più che italiana: nata a Londra, vive a Londra, parla solo inglese, ma sta facendo la sua parte per non disperdere questo patrimonio, che poi non è solo di Vasanello, ma di tutta l’Italia; uno dei tanti patrimoni storico/artistici disseminati per la penisola.

Ma al di là di Elena, la vera protagonista di questa visita è un’altra donna: Giulia Farnese. Annarita ce ne parla – giustamente – in modo ampio; e soprattutto come fosse una ragazza dei nostri tempi, pur essendo vissuta fra fine ‘400 e inizio ‘500. Infatti la incontriamo in ogni stanza del castello che è stato anche suo, splendida   nella propria personalità complessa, misteriosa e a dir poco tragica: una figura          ed un vissuto che in confronto Euripide sembra un autore comico. Matrimonio combinato, come tipico del resto di epoche passate e ambienti aristocratici: Orso Orsini, suo marito senza amore…. forse. Dopo tanti anni, rimasta vedova, un nuovo matrimonio… d’amore.… forse.   E fra i due matrimoni un vissuto assurdo di utilizzo, da parte della famiglia, del suo corpo. Soprannominata “la Bella” diventa, per scelta politica familiare, amante/concubina di Rodrigo Borgia poi divenuto Papa Alessandro VI; e lei soprannominata a quel punto, sarcasticamente, Sponsa Christi. Diversi anni di relazione che garantirono una grande influenza della famiglia Farnese in ambiente papale. Destinatario principale di questo servizio erotico di Giulia con Papa Borgia? Il fratello Alessandro Farnese, che riuscirà così a diventare poi Papa a sua volta (Paolo III).  Ma Giulia fu solo vittima? si domanda Annarita. Mistero, come tutta la vita di Giulia. Perché lei stessa pare abbia pensato: “Ah sì, mi volete utilizzare così? E allora mi conquisto il mio spazio di potenza personale pure io”. E infatti pare fosse divenuta potentissima e assai influente a Roma e dintorni. E dopo la morte di Papa Borgia, raggiunto il risultato per il fratello, mantenne lei stessa ruoli e proprietà importanti, come una sorta di signora feudale. Insomma: vittima o spregiudicata?  Innamorata o no del secondo marito?  Mistero. E quale aspetto aveva? bionda o bruna, alta o bassa, rosea o olivastra, magra o robusta? Mistero. Rappresentazioni pittoriche?  Tante, ma tutt’altro che certe. A me piace pensarla come la dama del Liocorno di Raffaello. Pare fosse lei… o forse no. Più probabilmente no.

E comunque ci aggiriamo di stanza in stanza per tutto il castello, e ovunque incontriamo Giulia, il suo fantasma, il suo ologramma…ma no, c’è proprio lei, il suo respiro, il suo profumo, la sua raffinata, seduttiva e dolente fisicità, il suo fascino misterioso e sublimemente sensuale. Insomma sarà colpa dell’atmosfera castellana, sarà colpa di Annarita, sarà colpa di Giulia, sarà colpa del mio status di senilità: fatto sta, che torno a Roma dalla Tuscia…. innamorato… di Giulia.   E forse non solo io!!!

In questa condizione di emotività, prosegue la nostra visita per questo bellissimo castello; fra le altre cose, un delizioso studiolo, piccolo, decorato, soffitto ligneo cesellato, una piccola scrivania, e su di essa una clessidra che segna il tempo che passa. E libri. Pochi metri quadri che profumano di cultura… profondamente.

E poi le ceramiche Misciattelli, in un piccolo museo nel castello, più vecchie e più recenti, con grandi colori oppure sobriamente bianche.  Di gran qualità e di gran gusto, spiegazione molto semplice del successo incontrato   in Italia e all’estero,  dalla nascita della produzione (1949) fino alla chiusura dell’attività  (1978).  Al profilo creativo di queste ceramiche hanno collaborato anche grandi artisti famosi: uno per tutti, Renato Guttuso. Né si può dimenticare l’uso che della location e  delle ceramiche fu fatto da un regista esteta come Luchino Visconti, che per il suo Gattopardo fece realizzare appositamente un servizio di piatti, che poi, a film ultimato, fece distruggere: perché quelle ceramiche Misciattelli dovevano essere e rimanere per sempre solo sue!!   Nè meno interessante la visita ai locali di produzione delle ceramiche, con una serie di forni sempre più evoluti tecnicamente, e con calchi in quantità, rimasti come vestigia di una grande produzione che fu: arte, artigianato e impresa economica. Tutto bello, importante, ma appartiene alla storia. Per Vasanello però, continua ad essere vita: nella memoria, e nella giusta e interessante costruzione di un percorso turistico, di cui in qualche modo ancora un pochino si giova.

Va detto che ad un certo punto la visita ha anche cambiato registro e profilo. Quando dalle sale del castello siamo usciti all’esterno, certo salendo e scendendo per una quantità imbarazzante di gradini e di scale, di tutti i tipi e per tutti i gusti: dritte, curve, a chiocciola, di marmo, di tufo, di pietra amerina, integre o sconnesse, scivolose o a norma (sia pure secondo la normativa di sicurezza… diciamo, rinascimentale!!!!).  Ma il sacrificio atletico vale la pena. Ci ritroviamo in un meraviglioso giardino. Dire meraviglioso è pure riduttivo. Prati, siepi, alberi, piante e fiori: di tutti i tipi e di tutti i colori. Una festa della natura, dolce e raffinata. E in mezzo a fiori più noti e meno noti, a piante di agrumi e a piante decorative, a cespugli profumati e a cespugli velenosi, il vertice della bellezza lo incontriamo con una aiuola di Digitale Purpurea. Fiori tipo campanule, fascinosi e inquietanti ad un tempo, con varie gradazioni di rosso rosato o violaceo. Una gioia degli occhi, e pure per la mente di tutti noi, appassionati di poesia. Perché Digitale Purpurea è anche il titolo di una delle più belle e moderne poesie di Giovanni Pascoli. Poesia di una intensità emotiva assoluta; diciamo pure di una intensità drammatica che fa bene pendant con la vita di Giulia Farnese… eccola che ritorna. Siamo immersi nella storia, nella poesia e nella bellezza della natura

“… si diceva: quel fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.
.”  

(Giovanni Pascoli)

Quando Annarita ci porta, quasi di forza, a visitare due chiese del paese, restiamo invece abbastanza impassibili: negli occhi, nel cuore e nelle vene evidentemente abbiamo altre pulsioni, altri carichi emotivi.

San Salvatore (XI secolo): campanile romanico (in verità bellissimo), alto una trentina di metri; il tutto costruito con pietra della via Amerina. Qualche segno di reazione emotiva lo diamo. La emotività si raffredda ulteriormente con la chiesa di Santa Maria Assunta (X secolo). Portico, stile romanico/umbro, all’interno affreschi di una certa fascinazione; e fin qui diamo ancora segni di qualche vitalità turistico/culturale. Poi scendiamo nella cripta con il corpo/reliquia del patrono del paese, San Lanno. Qui la nostra reattività estetico/emotiva scompare. Annarita che ci ha fatto appassionare al Castello, che ha smosso nel profondo la nostra emotività   di fronte a fiori e piante dalla carica sensuale e poetica, che ci ha fatto conoscere e stimare Elena, che mi ha fatto innamorare di Giulia, non ha potuto minimamente   coinvolgerci nella visita alle reliquie di San Lanno. Chi ha guardato di sfuggita, chi ha ignorato il tutto, chi chiacchierava del più e del meno. Insomma, se viene a saperlo San Lanno… non vorrei essere nei panni di Annarita!

Naturalmente la nostra intensa mattinata non poteva non prevedere anche un pasto conviviale in un ristorante carinissimo scavato nella pietra. Meritato momento di riposo, e di gossip; tanta socialità ed anche tanta determinazione nelle ordinazioni, secondo menù locale vario e stuzzicante. Le ordinazioni le completiamo nel tempo record di… un paio d’ore; e solo dopo che la cameriera, dotata di una splendida ma anche vagamente intimidatoria capigliatura a cresta, ci ha minacciato di farci fare la fine di Orso Orsini (travolto dal crollo – pare doloso – di un soffitto della sua camera).

Insomma la visita a Vasanello è stata variegata e interessante, anzi carina, anzi bella, anzi dolcissima, anzi inquietante come i fantasmi che si aggirano per i castelli, anzi ingrigita da nuvole e da un pochino di pioggerellina intermittente, anzi colorata come i fiori stupendi del giardino. Insomma ci è piaciuta, eccome.

Nel primo pomeriggio dobbiamo ripartire, non prima di aver capito che Vasanello     è nome attribuito al paese previo referendum. Parte degli abitanti preferiva il nome vecchio, Bassanello, e parte quello nuovo di Vasanello. Il contrasto portò nel 1949   ad un referendum paesano, assai conflittuale; in confronto quello sulla riforma della giustizia e la separazione delle carriere dei magistrati di marzo 2026 sembra una disputa accademica fra aristotelici e platonici. Bassanello, si ispirava al nome di una famiglia locale importante, i Bassi. Vasanello si ispirava all’arte dei vasai e dei ceramisti, gloria artistica ed economica locale. Prevalse l’idea della valorizzazione dell’identità locale, che puntava sull’arte sopraffina praticata in questo paese: che noi adesso salutiamo ripartendo in pullman con il nostro Alighiero detto Aureliano.

Seconda destinazione della gita: Vitorchiano, paese forte delle sue cinquemila anime, con antiche radici etrusche ed un forte sviluppo urbano medievale.  Lo spostamento dura pochi minuti, sempre nella Tuscia siamo. E in men che non si dica arriviamo in una strada in discesa di accesso al paese… e lì ci fermiamo. Sì perché è in corso una tre giorni di festa del santo patrono, San Michele, ed al centro paese, dove siamo diretti, entrano solo pedoni. Divieto di accesso, e centinaia e centinaia di metri a piedi ci aspettano. Ma il nostro futuro è incerto. Annarita ci ha preceduto con la sua auto. E in pullman ascoltiamo un inquietante colloquio telefonico Annarita/Rita, dal quale grosso modo si evince quanto segue. In paese non si entra. Ma la efficiente Annarita, in preda ad un raptus da reincarnazione della potente Giulia Farnese, ha telefonato al sindaco, dicendogli che i vigili interpellati hanno detto che fino a prova contraria i divieti di accesso vanno rispettati.  Ma il sindaco ha risposto: dite all’autista di passare ugualmente!!!!!   Rita Mancini dà disposizione di superare lo sbarramento e avvicinarsi ugualmente col pullman al centro cittadino. Ma Aureliano, tornato Alighiero, memore del carattere ribelle del vate fiorentino suo antenato, risponde: non ci penso per niente, mi ritirano la patente, e poi che lavoro farò? Il ceramista a Vasanello? Il dibattito dura parecchi minuti.    Poi arriva Annarita in persona, che sempre più calata nelle vesti di Giulia Farnese reincarnata intima autoritariamente al povero Alighiero di passare col divieto di transito. Tanto il sindaco è con noi! E come Dio vuole, arriviamo alle porte di ingresso delle mura di cinta, peraltro belle: ma belle assai.  Ovviamente la festa paesana è un caos: in una piazzetta è in corso un concertone tipo Roma il primo maggio: solo che è in formato miniatura, con due ragazzette che cantano – bene – davanti ad un pubblico prevalentemente di bambini.  Superiamo la porta, ed entriamo nel centro cittadino.

E capiamo subito che il centro storico medievale di Vitorchiano è bellissimo, non a caso censito come uno dei borghi più belli d’Italia. Riconoscimento meritato, come   ci appare ben chiaro già a prima vista. Piazzette, strade, stradine, viuzze, porticati, salitelle e discesette, fontane (famosa la fontana a fuso del XIII secolo in Piazza Roma, di fronte alla Torre dell’Orologio), edifici tutti in pietra lavica grigio-cenere tipica della Tuscia, il peperino – roccia magmatica tufacea – di cui del resto è costituita tutta la rupe su cui il paese è edificato, mura di cinta comprese. In tal modo le case sembrano uscire direttamente dalla pietra della rupe, un tutt’uno con essa.

A questo aspetto si ricollega la definizione, tanto poetica quanto realistica, di Vitorchiano come “paese sospeso”. Ed è una impressione di sospensione duplice: spaziale e temporale. Sospeso su una rupe, come se i suoi 300 metri circa di altitudine fossero in effetti infinitamente di più: appunto, infiniti.

E come se il tempo del paese non fosse più collocato nella storia, ma fuori tanto dalle epoche di origine quanto dal presente caotico. Un tempo che si è fermato…. fuori dal tempo. Insomma lo scenario che offre questo borgo sembra uscire dalle favole di Andersen. Dice: ma lui era danese. Va beh, sarà stato in visita a Vitorchiano. Se poi preferite, possiamo dire che il tutto sembra un grande presepe, con le sue casupole rustico/eleganti in pietra peperina, con piccoli porticati, fiori a non finire e la scala esterna di accesso, denominata profferlo. Elemento architettonico tipico del medioevo viterbese, è una scala esterna a rampa unica, con piccolo ballatoio, in genere poggiata su un arco ribassato, che crea un vano sottostante in cui si sistemava l’attività lavorativa della famiglia.  Nove case su dieci son costruite con questo modello architettonico, e la accoppiata grigio-cenere della pietra e fiori multicolori lungo scala, ballatoio e affacci, risulta semplicemente deliziosa; la festa più suggestiva del paese non a caso si chiama “Peperino in Fiore”. Quasi un paesaggio abitativo finto, da costruzioni per bambini o da fiaba. E invece è tutto vero, come ci dimostra anche una gentile signora, che proprio davanti a noi ritorna a casa sua, sale il profferlo, controlla lo stato dei fiori, apre la porta, entra e si dissolve nel peperino.

Di casa in casa e di viuzza in viuzza, arriviamo alla sede del Comune, un bellissimo edificio quattrocentesco, con suggestive finestre a croce guelfa ed il peperino che ovviamente domina anche qui. Entriamo, per una breve piacevole visita di questa sede istituzionale vitorchianese. Il sindaco – sì, quello del divieto d’accesso – non c’è, perché fa parte della banda del paese che sta suonando in piazza. In compenso ci riceve una deliziosa signora, una sorta di custode del Comune, che ci fa girare per i locali e nella sala delle sedute consiliari. E fra lei e Annarita ci raccontano una tradizione vitorchianese: l’aspra rivalità con Viterbo, ed il fedele amore per Roma   (“Romano imperio summa fidelitas”), dalla quale nei secoli ha sempre preferito farsi governare, dopo che nel 1267 Roma stessa difese Vitorchiano dall’assedio dei viterbesi. Cosicché il borgo ha creato e osservato una tradizione, che nel 2026 ancora osserva!! Fornire giovani uomini – i Fedeli di Vitorchiano – per la guardia in Campidoglio; ovviamente dotata di apposita divisa, tuttora in uso, che nel rinascimento fu ridisegnata da Michelangelo in persona.

Di questo folle amore di Vitorchiano per Roma (quasi come il mio per Giulia Farnese) ci dà prova testimoniale la signora custode.  Quando scopre che siamo una comitiva di romani, non smette più di ringraziarci per l’onore della visita. E’ quasi commossa, ci ringrazia nel salone, ci ringrazia per le scale, ci ringrazia nell’androne quando usciamo, ci insegue per strada per … ringraziarci.  Dolcissima vitorchianese: e pensare che a Roma non ci ringrazia mai nessuno!

Il nostro giro nel “paese sospeso” ci fa conoscere anche la storia di una statua particolarissima: l’unico “Moai” autentico esistente al mondo al di fuori dell’Isola    di Pasqua. Un’altra chicca di questo paese senza tempo; anche se per varie esigenze logistiche e urbanistiche il Moai è stato tolto dall’ingresso del paese e decentrato in posizione più collinare, in mezzo ai boschi. Ma tant’è, Vitorchiano se ne può vantare ugualmente: una statua del 1990 figlia di un gemellaggio con Rapa Nui, offerta e realizzata – ovviamente in peperino – da famiglie Maori residenti in questo borgo.

E poi, ecco un’altra scoperta che ci affascina: Annarita racconta che questo paese è stato scelto come set per girare il film “L’armata Brancaleone”. Mitico, divertente e geniale, per trama, costumi, dialoghi e, appunto, paesaggi. Ebbene, trattasi di Vitorchiano, in particolare una scoscesa stradina tortuosa, a tornanti, che si arrampica per la rupe e porta dalle forre di fondo valle fino ad un arco di ingresso al paese. Stradina che non può non ricordarci un Vittorio Gassman straordinariamente istrionico, su un cavallo istrionico più di lui, e la canzone famosa: “Branca Branca Branca… Leon Leon Leon”.  Di fatto è come lo vedessimo comparire, lì, di fronte a noi, Brancaleone a cavallo, poetico e surreale, un po’ come tutta Vitorchiano. Poetica e surreale. Anche nella sua festa che intreccia canti e ritmi moderni con l’atmosfera fiabesca dei luoghi: una rupe a strapiombo su vallette e gole sommerse da una vegetazione selvaggia, una musica che si spande nell’aria, casette oniriche omologate dalla pietra peperina illuminata dai fiori, il sindaco che suona nella banda, un gruppo di giovanissime majorettes che corre verso la piazza per esibirsi nelle proprie danze leggiadre, un po’ americane un po’ viterbesi.

Nel frattempo la pioggia riprende a scendere, implacabile, sulla popolazione in festa, e su di noi, che dobbiamo ripartire per Roma. Ma come? Il pullman dov’è?  Ah, è lontano, un po’ fuori paese, dove ha potuto fare una rocambolesca conversione per mettersi in posizione di ripartenza. Ma come raggiungerlo, sotto la pioggia e con varie centinaia di metri da percorrere, questa volta decisamente in salita?

Annarita interviene, e accalappia i vigili di servizio in loco. La richiesta? Ci consentite di far arrivare il nostro pullman fin qui?  Risposta dei vigili; no!  Ma il sindaco non ci può aiutare di nuovo? chiede qualcuno di noi, speranzoso nell’autorità municipale. Siamo turisti, e il turismo va favorito e difeso: in fondo porta movimentazione economica al paese. E poi noi siamo romani, e Vitorchiano è “semper fidelissima” a Roma. Niente, ai vigili non gliene può importare di meno, del turismo, di Roma e della battaglia del 1267 in cui noi romani abbiamo difeso il paese contro i cattivissimi viterbesi. Alla comitiva romana tidieina non resta che mettere le gambe in spalla… e pedalare. 400/500 metri in salita, sotto la pioggia, per raggiungere il pullman e tornare a casa. Non c’è alternativa. E così fra un profferlo e l’altro, e una majorette e l’altra, il gruppo di Tempo di Eventi compie la sua miglior performance atletica degli ultimi dieci anni.

Alla fine il pullman è nostro, e lì ci attende Alighiero, che ride sotto i baffi – che non ha – perché pensa: siamo pari. All’arrivo mi avete costretto a fare una strada contromano; al ritorno vi siete fatti voi 500 metri in salita a piedi, sotto la pioggia. Ok, Alighiero, alla prossima gita ci ricorderemo di questa tua ironia. Come minimo ti faremo fare una strada contromano… a marcia indietro.

La ripartenza ci vede arrivare a Roma addirittura in anticipo sulla tabella di marcia prevista dal programma di Rita. Per arrivare a piazzale dei Partigiani passiamo anche per il quartiere appio/tuscolano. Quando due gentili pulzelle della comitiva si rendono conto di trovarsi praticamente di fronte alle loro abitazioni, bloccano tutto e chiedono di scendere. E Rita, che si è intenerita da quando ha rivisto Brancaleone a cavallo, accede alla loro richiesta. Alighiero, sempre più incattivito, sarebbe contrario. Comunque alla fine le due pulzelle scendono, nonostante le nostre profferte: se scendete a Piazzale dei Partigiani, avrete il piacere di stare altri sette muniti con noi. Niente, la vista della casa, dolce casa, è più forte della nostra compagnia. Scendono. E dopo sette minuti scendiamo anche noi alla meta prestabilita. Stanchi per la performance atletica effettuata in chiusura della visita vitorchianese, ma contenti per le emozioni e per quello che abbiamo fatto e visto.

Anche la Tuscia, con la sua poesia silente e senza tempo, ormai è nostra!   La penisola ha pochi segreti per noi; bisognerà inventarsi qualche altra meta; o qualche altra tipologia di tour. Qualcuno propone un tour fra le cantine dell’Oltrepò Pavese; la cosa si fa davvero impegnativa… e anche lievemente alcoolica! Vedremo. Una cosa è certa. La prossima volta non vogliamo discendenti di Dante alla guida del pullman; preferiamo qualche dolce e lirico discendente di Petrarca… oppure, anzi, perché no: Giulia Farnese in persona, alla guida.

Tanto, Tempo di Eventi è capace di tutto!

                                                Prof. Carlo Mari
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1 Comment
  1. Claudia Rezza

    Carlo meravigliosa descrizione tale da renderti fisicamente partecipe ancor più che essere stata presente! Grazie grazie e ancora grazie non hai tralasciato nessun dettaglio. Che guida stupenda!
    Claudia R.

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